DORMIRE IN TRUNA: LA NEVE COME LETTO 

La truna, per quanti non lo sapessero, è un buco/riparo realizzato nella e con la neve. Sfrutta l’elevata capacità isolante della neve; infatti la morte bianca, così viene chiamato il decesso di chi viene travolto da una valanga, avviene quasi sempre per asfissia, piuttosto che per altre cause.

La tenda non rappresenta una soluzione sostenibile, poiché camminare nella neve, anche se battuta, è comunque faticoso. Oltre alla salita, aumenta molto la scivolosità e l’irregolarità del suolo. Ragione in più per limitare peso e materiale da caricare nello zaino. In sintesi, le normali tende “3 stagioni” sono inadatte al pernotto in climi rigidi: non trattengono il calore prodotto dal corpo e mal rispondono a condizioni meteo estreme. Esistono le tende studiate per le spedizioni invernali in alta montagna… ma sono troppo pesanti nel complessivo del peso che posso portare con me.

L’uomo dei boschi, l’esploratore, il superstite… preferiscono sempre, e devono, utilizzare quanto l’ambiente mette loro a disposizione. Quindi la neve, grazie alle sue caratteristiche coibentanti, costituisce un ottimo isolante naturale per trattenere il tepore sviluppato dalla cottura dei cibi e dal corpo stesso.

Credo che porterò con me anche dei lumini da tener accesi durante la notte: una piccola luce calda per intiepidire la vista delle pareti bianche che mi terrà compagnia, e anche un semplice dispositivo di sicurezza. Infatti qualora all’interno della truna l’ossigeno scarseggiasse, il lumino si spegnerebbe. Questo sì che è un eccellente sistema salva-vita!

IDEE DI ALLENAMENTO 

Manca ancora abbastanza tempo alla partenza. Non che sia un buon motivo per dormire sugli allori, è chiaro però che la parte organizzativa e di pianificazione, per il momento, occupa gran parte del tempo che voglio dedicare a 16AM.

È chiaro intuire che il percorso determina le difficoltà, e l’allenamento è programmato per far fronte a quest’ultime.

Al momento, quindi, nessun allenamento specifico per la traversata. Per mantenermi corro: 120km al mese è il mio obiettivo, un po’ meno se ho l’occasione di fare qualche trail in montagna. Il tutto si traduce in 30km a settimana, normalmente due uscite più corte e una di 12-13km. Almeno due volte al mese arrivo a 18-22km, dipende se riesco ad organizzarmi per avere circa tre ore libere: tra preparazione, stretching, attività, doccia… il tempo necessario in effetti arriva a 3 ore!

Per me la corsa rappresenta una piacevole modo di osservare l’ambiente e le stagioni: sempre ad anello, mai lo stesso percorso per due uscite di fila, il più possibile in zone che non conosco. Delta del Po, Slovenia, Estonia, Austria, Idroscalo di Milano, Abruzzo…e soprattutto la mia Brenta. Raramente sotto i 5’ per km, qualche fartlek da 4’:30” a 4’:50”.

A partire da settembre inizierò degli allunghi sui Colli Euganei, comunque in salita. Da metà novembre mi cimenterò su scale e pendii con un po’ di zavorra: almeno 15kg per 35-50 ,minuti.

Qualcuno ha esperienze dirette e mi vuole consigliare qualcosa di specifico? Grazie.

Il Consolato Generale Austriaco sostiene 16AM

Dopo S. E. l’Ambasciatore plenipotenziario di Ungheria in Roma, con onore e gioia, comunico che anche Il Console Generale Austriaco di Milano, Dott. Wolfgang Spadinger, ha concesso a 16 al minuto il Suo Patrocinio.

La mail è giunta qualche giorno fa alla casella di

info@16alminuto.it

e prima di pubblicare questo post, ho voluto che a godersi questa conferma di fiducia fossero anzitutto i più accaniti sostenitori di 16AM. Motivo per cui ho deciso di comunicare direttamente a questi amici la notizia.

L’attesa per le risposte definitive da parte del Console Francese in Venezia, @Ronan Prigent,
e del Console di Gran Bretagna  @Ivor Coward è grande, come grande sarebbe l’emozione di veder riconosciuta la bontà da un’idea da parte di Istituzioni così blasonate.

Anche l’@ANA, nella persona del Direttore Generale @Adriano Crugnola, che ringrazio fin d’ora per la disponibilità, darà una risposta a breve alla domanda domanda di Patrocinio.

5 CIMITERI PER UN ANTICO CUSTODE

I 5 cimiteri Inglesi a sud-ovest di Asiago sono omaggiati annualmente da migliaia di turisti, ai quali si uniscono molti familiari qui giunti da lontano per portare una preghiera, un fiore al parente perito in battaglia. Anche Re Giorgio V si recò in questi luoghi nel 1923 ed è confermata la visita di Queen Elizabeth per il 2018.

A differenza dei molti cimiteri italiani ed austroungarici, da cui le salme sono state più volte traslate per giungere infine all’Ossario del Leiten, quelli britannici, per volontà del Regno Unito, hanno mantenuto tumulati i propri caduti dentro ai primari sepolcri. Tra tutti i siti a cui renderò omaggio, questo aspetto dei cimiteri Inglesi mi tocca particolarmente. Il percorso si snoderà in maniera poco razionale dal Monte Zebio a Valstagna, proprio perché la zona è stata teatro di numerosi scontri e, di conseguenza, di moltissime sepolture.

Nei cimiteri Inglesi non c’è distinzione apparente tra ufficiali e soldati di truppa, solo avvicinandosi ad ogni lastra marmorea si può leggere in bassorilievo il nome e il grado del caduto, la specialità operativa, il reparto di appartenenza e l’età al momento della morte. Per lo più giovani dai 20 ai 30 anni, molti “Privates”, soldati semplici. Per tutti vale la medesima sepoltura perché uguale fu l’estremo sacrificio. Le lapidi dei “Tommies” caduti durante la difesa dell’estremo margine meridionale del territorio montano, che la tradizione vuole ottenute direttamente dalle scogliere di Dover, in Gran Bretagna, sono bianche, tutte uguali e perfettamente allineate, esaltate da prati d’un verde brillante e perfettamente rasi. Così tanta cura, da giardino inglese per l’appunto, porta a una storia di “famiglia”: i Magnabosco.

Tutto ebbe inizio nel 1924, quando Giomaria per primo si offrì al servizio del governo d’oltre Manica, poi gli subentrò Giacomo (Lino Cachi), questi passò il testimone al figlio Claudio che recentemente ha raggiunto l’età pensionabile. Dal 2012 Luca Magnabosco, incaricato dalla “Commonwealth War Grave Commission”, è il responsabile delle aree cimiteriali di val Magnaboschi, Boscòn, Barenthal, Granezza e Cavalletto. Anche più a nord, in terra trentina, la famiglia Magnabosco si occupa periodicamente delle cure di altre singole tombe inglesi: per lo più si tratta di avieri caduti col proprio aereo in zone allora occupate dalle truppe austriache. Dunque questa particolare ed esclusiva attività è un vero e proprio “ponte tra generazioni”, nella virtù che scaturisce dalla consapevolezza, l’impegno e il rispetto.

15 GIORNI DI “CONDIZIONE ANIMALE”

Tutti i componenti delle spedizioni nel gran freddo accettano, prima di partire, il fatto che per alcuni giorni non si potranno concedere docce o cambio degli indumenti, soprattutto intimi. È chiaro che con temperature molto rigide non è consigliabile spogliarsi, o peggio, entrare in contatto con l’acqua poiché non è detto che ci si potrà asciugare, considerando che addirittura il sudore, in molti casi, si trasforma in una “camicia di ghiaccio”.

Mi rendo conto che ai più risulti impensabile e forse inaccettabile questo aspetto dell’avventura in ambienti ostili all’uomo. Per me, prendendo in prestito dal mio amico e ispiratore di imprese Giancarlo Cotta Ramusino nel suo “Ritorno a Nikolajevka”, “La condizione animale” è un riappropriarmi del mio legame ancestrale con l’animale-uomo, privo di condizionamenti e sovrastrutture…

Giancarlo scrive:

«L’ipotesi di non lavarsi può lasciare un po’ perplessi, ma in alcuni viaggi si torna a uno stato naturale che definisco “condizione animale”. Oggi sembra che tutto debba essere sempre perfetto e prestabilito, sempre più asettico. Si punta sempre più sul virtuale, ma la “condizione animale” non si può cancellare. L’uomo è un essere naturale, un essere animale, con tutti i suoi bisogni, necessità, dolori e sensazioni.

Questa “condizione animale” ha pregi e difetti, che vanno accettati, ma talvolta ci si accorge che quando il proprio organismo opera in maniera impegnativa risponde meglio di quanto si immagini».

Semmai a preoccuparmi ben più della sporcizia, è il comportamento della pelle unta e grassa nel freddo. Tutti sappiamo che il grasso è un buon conduttore di calore, infatti tutti conosciamo il differente dolore causato da scottature da olio o da acqua. Questo noto principio fisico cela il grande problema del raffreddamento precoce. Infatti le prolungate sudate lasciano un cospicuo velo di grasso sulla pelle, che a sua volta trattiene il calore molto meno efficacemente di quando è pulita. Ciò significa, in soldoni, che riscaldami mi costerà più energia e che quindi lo sporco è un fattore stancante.