DA QUANTO TEMPO… QUASI UN PARADOSSO. 

Ciao belle persone. Non scrivo da mesi, anche perché da mesi 16AM si è conclusa.

Me ne scuso. Soprattutto mi scuso verso quelle persone che hanno seguito tutto l’evento con tale passione da chiedermi in maniera diretta: “E allora?… Non puoi finirla così!”.

Molte cose sono ovviamente accadute: un mio stupido ma pesante infortunio dopo appena due giorno dalla conclusione della traversata; il lavoro che, come per tutti, richiede molto impegno; il bisogno di trarre e scrivere una sintesi significativa e non banale anzitutto per me.

Ho iniziato a scrivere di nuovo perché ho ben messo a fuoco il FUTURO di questa esperienza.

GRATITUDINE è stata l’idea alla base di 16alminuto. Camminare nel silenzio e salutare anche solo simbolicamente migliaia e migliaia di croci, di loculi, di tombe hanno caratterizzato la maggior parte del tempo durante i 12 giorni di avventura.

Ma prima di assumere un tono solenne e magari pesante, mi fa piacere condividere tre paradossi, a mio avviso, davvero divertenti.

Il primo ha a che fare con il discorso della truna. Avrebbe dovuto essere un elemento caratterizzante le mie notti, l’essenza stessa di rivivere, almeno in parte, i disagi dei soldati. Alla fine ho realizzato solo due trune e solo in una sono riuscito a trascorrere veramente la notte. La mancanza di neve o la presenza di neve inadatta perché troppo farinosa, il caldo (almeno in relazione all’equipaggiamento), alla fine mi hanno fatto preferire la tendina monoposto, sconsigliata a chi soffre di claustrofobia, o nemmeno quella, vistato che a -11 il sacco-piuma mi faceva quasi “soffrire” il caldo.

Il secondo è l’altro elemento di connessione tra generazioni: la splitboard. 16alminuto l’ho sempre visualizzata con faticose ascese su pelli di foca e discese in neve fresca con la tavola. Il giorno prima di partire, dopo molte prove e tentativi, optai per scarponi, ghette e ciaspole. Troppo poca la neve sui sentieri della prima settimana, il che significava trasportare oltre 7kg di attrezzature inutilizzabili e soprattutto avere ai piedi gli scarponi da snowboard: abbastanza confortevoli per brevi tratti a piedi, ma assurdo pensare di camminarci dentro per ore e ore.

Infine gli occhiali da sole. Chi mi consce sa che utilizzo quasi ogni giorno occhiali “ai confini della realtà”… e del ridicolo: lenti antiriflesso, polarizzate, fotocromatiche, anti-appannamento e trattate per far scivolare l’acqua. Occhiali abbastanza costosi dalla luminosità eccellente e senza effetti di alterazione derivante dalla curvatura della lente…ecc. Alla fine, per leggerezza, per comodità, per giusto rapporto oscuramento-visibilità, ho usato per tutto i momenti di sole (e vento) un paio di improbabili occhiali presi on-line per 7€ che di solito uso per correre.

Direi che qui sta il primo insegnamento per me e la mia esigenza di programmazione. Diventa negativa quando si trasforma in rigidità. Diversamente le soluzioni migliori, spesso, sono quelle un po’ inaspettate, apparentemente banali, ma realmente più efficaci.

“A LI MORTACCI…” 

Questa cosa di 16alminuto sta avendo, chiaramente, un po’ di eco anche nella mia famiglia. Cugini e prozii che sento solo per gli auguri di delle feste si fanno vivi sui social, con un messaggino o commentando scherzosamente i post. Quelli che mi hanno cresciuto, forse i più ciarlieri, addirittura mi telefonano, soprattutto per prendermi in giro, alcuni mi danno pure del “sonà” per questa mia decisione  di andare a prendere tanto freddo.

È in ogni caso una bella sensazione; mi fa un grande piacere, non solo parlare e che si parli di 16AM, e in definitiva sono tutte profonde dimostrazioni di affetto.

L’occasione di sentire questi parenti a me piace moltissimo anche perché saltano fuori storie di terzi cugini, cognate del fratello e parenti da vicinato che in molti casi non avevo mai sentito.

Il titolo si riferisce quindi proprio ai miei avi. A tutte le avventure del secolo scorso, che ho sentito raccontate in questi giorni e a quelle che magari già conoscevo ma che si erano arrese all’oblio del tempo: anche questa conoscenza è UN PONTE TRA GENERAZIONI!

Un avventuriere che ha attraversato la Cina tra carestia e sifilide, cavandosela restaurando gli affreschi di una cappella nei pressi di Shanghai.

Un nonno, atleta delle parallele, (non quello del Grappa e del monumento a Tremignon, l’altro) reclutato durante la Seconda in un corpo di Incursori talmente d’élite e talmente addestrato che lo Stato Maggiore lo avrebbe voluto impiegare per il colpo di grazia contro il nemico. Alla fine la guerra finì e mio nonno non partecipò ad alcun combattimento.

Uno zio chimico che sognava tanto una casetta in Canadà. Lasciò, nella seconda metà degli anni ’50, moglie e un ottimo impiego a Bolzano per tentare la fortuna oltre Atlantico. Le vicissitudini politiche Ungheresi del 1956 però lo beffarono. Molti Stati, tra cui il Canada, accordarono la precedenza di assunzione agli esuli Ungheresi. E lui fu costretto a fare il tagliaboschi per poter racimolare il necessario, così da pagarsi il viaggio di ritorno.

Una madre che a 19 anni prese “baracca e burattini” e andò in Germania ad insegnare ai figli dei migranti Italiani che avevano appena 3-4 anni meno di lei.

Infine un padre che prima di essere idealista, pacifista, e bandiera dell’ambiente, per 5-6 volte si recò in Madagascar con l’intento di avviare un business con le pelli di coccodrillo.

Se il sangue non è acqua, mi sento titolato a farmi prosecutore di questa stirpe di viaggiatori, comminatori e avventurieri.

Ogni famiglia ha i suoi. Animi indomiti che cercano, nell’andare, la loro essenza.

Guardano dunque i movimenti dei miei due piccoli eredi, se la statistica funziona, credo che almeno una/o di loro sarà di certo cittadina/o del mondo.

16alminuto, spesso l’ho ribadito, è il mio pezzo di percorso “difficile” per capire di più di me. Calcherò così alcune impronte dei miei avi e forse impronterò una traccia per i nostri figli… intendo nostri perché potrà riguardare anche i figli che hai, o che avrai, tu che leggi.

A li mortacci… resto proprio curioso di vedere come andrà a finire.

RICAMO DEL NULLA, I DIAMANTI, IL LETAME E I FIORI

“Che poi uno si chiede come sia possibile che persone che occupano aree immense dei tuoi ricordi possano avere così poco spazio nel presente. Eppure sono voci costanti con cui dialoghi, sono pensieri, sono azioni, esempi che ora ti compongono. Tu non li ricordi. Tu SEI loro. Poi guardi i campi e pensi a quale vastità di spazio occupi ora il materiale che servirà per fare un diamante nel futuro. E tutto ti sembra avere un suo senso”.

Ho ricevuto questo messaggio qualche tempo da una delle persone che più hanno influenzato la mia crescita. Lo stesso messaggio avrei potuto inviarlo io a questa persona. Lo trovo tanto dirompente quando condivisibile. Dirompente perché il rimpianto di non coltivare relazioni con persone BELLE e IMPORTANTI della mia vita spesso muove a rabbia. Condivisibile perché se il nulla, i diamanti, il letame e i fiori sono stati ricamati dal grande Faber, agire oggi per orientare il mio futuro, mi sembra un’enorme speranza che mi viene concessa.
Ho scritto l’ultimo post di 16alminuto il 19 ottobre. Diciotto giorni fa. In realtà ho dedicato molto tempo all’impresa, anche più di quello che avevo programmato. In queste settimane
≈ ho ritirato e testato il capi intimi di ACCAPI cui dedicherò un paio di post nel futuro. Posso però assicurare che il FIR, questo materiale tessile composto anche da ceramica, mi sta dando delle sensazioni e dei tempi di recupero mai sperimentati prima;
≈ ho iniziato a prepararmi un po’ in compagnia. Nel senso che continuano le mie corse nel silenzio degli argini del Brenta, ma ho fatto anche delle uscite «chiacchierone» in coppia con un grande della maratona, tanto appassionato quanto competente in merito a tabelle di allenamento e alimentazione;
≈ ho rivisto due mie affetti, le MIE compagne di banco. Non parlavo con loro da oltre 20 anni e ci siamo annegati in oceani di ricordi e frammenti di noi stessi da tempo sopiti.
≈ ho ridicolizzato la mia auto con degli adesivi 80x80cm di 16AM… che fa molto tamarro!
In tutto questo il denominatore comune è di certo l’azione.
16 al minuto, lo sai, è un banale ritmo. È una cosa minima MA che mi da una forza generativa da mesi. Mi permetterà, non ho dubbi, di arrivare alla fine di questa impresa senza lasciarmi impaurire dalle difficoltà o disperdere dalla complessità. È un obiettivo piccolo che renderà concreto un sogno grande.

UN MATRIMONIO CHE ISPIRA

Se il carburante di 16alminuto sta nell’immensa gratitudine che provo verso il nonno Giovanni, gli Alpini, lo Scoutismo e il coaching, sono molte le figure, più o meno conosciute, cui quest’avventura trae ispirazione.

Da Falcone ad Alessandro Magno, da Ilaria Alpi a Francesco d’Assisi fino a Batman e The Greatest American Hero (Ralf Supermaxieroe per noi Italiani) sono molte le storie di donne e uomini che non voglio imitare, e mai potrei, ma verso cui nutro una forte, autentica e affettuosa riconoscenza.

Questo post risulterà un po’ troppo intimo per chi non conosce le persone di cui racconterò. Spero comunque di riuscire a trasmettere quanto di universale c’è nei miei sentimenti.

Conclusa questa doverosa premessa, passo a descrivere una semplice scena da matrimonio: una sposa accompagnata all’altare da suo padre.

Una episodio che apparentemente centra poco con lo stile che fin qui ha vestito 16AM, se non fosse la profonda amicizia che da oltre dieci anni mi lega alla sposa e se no fosse che poco tempo prima di questa cerimonia quel padre era stato colto da una devastante ischemia, un ictus, volendo chiamare le cose con il loro nome, che lo aveva costretto all’infermità per molto tempo e solo recentemente gli aveva “concesso” una sedia a rotelle.

Mi perdonerete se non riporterò per esteso i nomi dei protagonisti; mi sembra un atto dovuto visto che non ho chiesto loro il permesso di scrivere quanto segue.

Torno alla scena che ho impressa. Alberto, il padre di Marta, la accompagna per quasi metà navata. La chiesa è davvero lunga. Il suo incedere e affaticato, la maggior parte degli invitati non lo vedevano in piedi sulle sue gambe da mesi. Prima di metà Duomo Alberto è costretto a fermarsi ed appoggiarsi ad uno dei banconi della chiesa: il sostengo che gli dava Marta non era più sufficiente. Dopo pochi attimi Alberto si fa forza e ricomincia a camminare, per nulla al mondo cederà nel portare all’altare sua figlia.

Noi presenti tratteniamo il fiato. Tifiamo silenziosamente per Alberto, ma tale è la sua fatica che non crediamo sia possibile ce la possa fare. Alberto è costretto a fermarsi ancora e ancora, solo dopo pochi banconi dalla sosta precedente. Forse gli si dovrebbe risparmiare questa sofferenza. Ma nel suo sguardo deciso e serafico nessuno riesce a cogliere la minima esitazione. Ci volessero cent’anni, quella navata la percorrerà tutta!

Non so dire il tempo che ci volle per vedere finalmente Alberto terminare quell’Odissea e sedersi. Non so immaginare la fatica che lui provava nel suo lentissimo avanzare e nemmeno so immaginare se Marta fosse più preoccupata o più orgogliosa per quell’atto di amore totale che Alberto le stava donando: atto di cui solo un genitore sa così soavemente farsi carico.

Con quest’immagine di dono d’amore e di felice affanno concludo. Emozionato per aver pescato questa biglia della mia memoria e certo che le sensibilità più sviluppate sapranno cogliere il valore e l’ispirazione trasmessami da papà Alberto. Nei passi più faticosi di 16alminuto, Alberto sarà una guida cui chiederò aiuto, come molte volte ho fatto in passato.

Io non posso che ringraziarlo per l’esempio che da sempre e anche oggi continua a darmi: lavoratore instancabile; padre e marito esemplare; malato capace, con l’aiuto di sua moglie, di vivere il ruolo di nonno giocoso e vero. Grazie Alberto!

LA SCELTA DEL PERCORSO

L’ambiente montano in inverno non lesina immagini suggestive e panorami mozzafiato. Tuttavia le alpi innevate possono imprevedibilmente e rapidamente trasformarsi in un ambiente ostile e rischioso per l’uomo.
Il percorso, soppesato e valutato tappa per tappa, passaggio per passaggio grazie al generoso impegno dell’amico Marco Spazzini non si presenta molto “hard”: mi muoverò principalmente su strade bianche e forestali.
L’Altopiano di Asiago, teatro di numerosissimo scontri, ospita molti siti degni di visita: il Monte Zebio, lo stesso Sacrario Militare di Leiten, i Cimiteri Inglesi, l’ex cimitero francese di Conco.
Il Sacrario del Monte Grappa costituisce un altro irrinunciabile luogo della memoria. Lambirò alcune stazioni sciistiche (San Martino di Castrozza, Passo Rolle e San Pellegrino), e salirò alcune alpinistiche classiche come la Forca Rossa.
La traversata si concluderà al Pian di Salesei, località sita nel Comune di Livinallongo Col di Lana e più importante Sacrario di tutta l’area dolomitica.
Le pendenze attraversate saranno obbligatoriamente sotto i 27° per limitare la generazione di valanghe. Mi fa strano pensare che io (con la mia NON modesta massa), lo zaino e l’equipaggiamento che indosserò arriveremo a 130kg. Mi fa strano ma è così. Se camminassi, nel momento in cui un solo piede fosse al suolo, insisterei con circa 100kg per 10cm2, il che costituirebbe un evidente rischio se mi muovessi in zone ad alto pericolo valanga.
Certo la mia superficie d’appoggio (mezza split-board) misura ben più di uno scarpone: oltre che più efficace, lo sci o le racchette da neve sono anche più sicure.
Altro fattore è la pendenza. I 27°/30° rappresentano l’inclinazione dei pedii al di sotto della quale le valanghe non costituiscono reale pericolo. Resta però aperto il fronte “passaggi esposti” cioè quando attraverserò punti a valle di possibili valanghe.
Di nuovo abbiamo studiato una soluzione prudente. Nei passaggi più esposti, o qualora il Bollettino Neve e Valanghe Regionale evidenziasse particolari situazioni, Marco Spazzini, la Guida Alpina di cui sopra, mi affiancherà, e potrò contare quindi sulla sua competenza ed esperienza.
“Un’idea senza un progetto è pura allucinazione”. Credo fortemente nella mia capacità di risposta lucida e “presente” alla avversità, sarebbe però presuntuoso (e in questo caso rischiosissimo) non immaginare ogni possibile scenario, azione, conseguenza.
Inoltre questo aspetto preparatorio è un’ulteriore occasione per mettermi alla prova, imparare cose nuove e chiedere aiuto creando nuovi contatti. Molte persone mi stanno aiutando per 16AM e devo confermare che dire GRAZIE è una delle azioni più semplici ma più appaganti che mi sia mai trovato a compiere.

OGNI OPPORTUNITÀ È UN VIAGGIO E OGNI VIAGGIO  UN’OPPORTUNITÀ 

I momenti più significativi e le scoperte che influenzano la nostra esistenza sono spesso state conseguenze di viaggi. Marco Polo con l’Oriente, Colombo con il Nord America,, Caboto, Magellano, Cook… Fino a Yuri Gagarin con il cosmo, Armstrong con la Luna… A piedi, su carri, a bordo possenti velieri o navette spaziali iper-tecnologiche, l’uomo ha cercato sempre di andare “là, dove prime nessuno era mai stato” riprogettando strumenti e veicoli sempre più sofisticati.

Pare tuttavia che il mezzo di spostamento più antico, inventato dall’uomo, prima ancora della ruota, siano gli sci.

Un’incisione rupestre all’isola di Rodoy in Norvegia databile nel 3000 a.C. raffigura uomini che hanno ai piedi degli sci. A confermare questa scoperta, in una torbiera di Hoting in Svezia, ne sono stati rinvenuti un paio in ottime condizioni di conservazione databili nel 2500 a.C.

Una saga norvegese narra che il paese venne occupato circa 8000 anni fa da un popolo di sciatori venuti dal nord-est.

Mentre una cronaca della Cina Manciù, nella regione di Mukden (nello Shen-Yang) nel 1000 a.C. narra l’incontro di un gruppo di cacciatori con delle assicelle di legno con la punta ricurva fissate ai piedi con dei lacciuoli, che scivolavano velocissimi “come il vento” sulla neve aiutandosi con due bastoncini.

È infine è stato scoperto nell’arcaico alfabeto cinese un ideogramma che significa e indica un preciso attrezzo: la “tavoletta per scivolare”.

16alminuto, quasi inconsapevolmente, getta un ponte tra generazioni ancora più lungo di ciò che supponevo all’inizio. Questo viaggio che mi appresto a fare trova allora molte somiglianze con IL VIAGGIO dell’uomo verso le sue qualità più altre, verso il buon cambiamento, ossia il miglioramento continuo.

JFK parlava di cercare con massimo desiderio il cambiamento; diversamente, cioè restando troppo sull’adesso e qui o, peggio, nel passato, ci si perde sicuramente l’occasione futuro. Futuro che è l’unica dimensione verso cui indirizzare le nostre energie e impegno di cambiamento.

Credo in definitiva che il cambiamento sia una naturale conseguenza di curiosità e intelligenza. L’essere umano è senza dubbio l’abitante terrestre che, sospinto dalla prima e sostenuto dalla seconda, si è adattato all’ambiente adattandolo a se stesso. Sta ognuno di noi divenire più consapevole di queste due caratteristiche, usando e divenendo CIÒ CHE È, verso la strada che porta alla propria felicità e pienezza.

Ancora un volta non posso non citare il pensiero “il vero viaggio di scoperta non consiste nel cercare nuove terre, ma nell’avere nuovi occhi” di Marcel Porust.

PETER PAN SOLDATO UCCISO IN GUERRA?

Il nome di Peter Pan su un loculo in cima al Monte Grappa? Quel Peter tra i nomi dei caduti in quelle trincee? Mostri che spaventano i bambini? Una tomba che per anni è stata adornata da fiori di campo?

Questo è un racconto dolce come l’amore e triste come la guerra. Un’amica me ne ha accennato poco tempo fa: “Lo sai che la tomba di Peter Pan è sul Grappa?”. Cercando in rete ho così incontrato delle foto, un libro, Soldato Péter Pan di Ferdinando Celie e questa storia.

IL NOME. Dal libro ricerca di un cronista di Pove curioso e indomito (già la ricerca sembra la trama avvincente di un film), salta fuori che Peter Pan è esistito davvero, solo che non abitava l’Isola che non c’è, non conobbe Trilly, non fece vedere i sorci verdi a Capitan Giacomo Uncino.

Peter era un giovane fante del reggimento di fanteria Honved, settimana compagnia: veniva dall’Ungheria, o meglio da un pezzo di Ungheria che oggi non è nemmeno più Ungheria, perché dopo le varie giravolte della storia Ruskabanya appartiene oggi alla Romania e oggi si chiama Rusca Montana. Tutto quello che Peter Pan ha visto nella sua breve vita è il suo villaggio e poi il fronte. È morto sul Grappa il 19 settembre 1918, negli ultimi giorni di guerra. Aveva 21 anni.

I CADUTI. Morto come tanti. Morto senza eroismo. Una granata che piomba e fa strage. Quel tardo pomeriggio, quando il fuoco cessò, i barellieri della Croce rossa raccolsero il suo corpo e quello di cinque commilitoni. Nelle sue tasche trovarono una conchiglia, un pezzetto di marmo bianco e un fiore seccato.

Curioso che il povero fante abbia diverse cose in comune con il Peter Pan che lo scozzese James Matthew Barrie cominciò a immaginare frequentando i giardini di Kensington a Londra. Era il 1897, lo stesso anno in cui era nato il soldato dell’Impero Austro-Ungarico. Entrambi giovani. E a ripensarci, entrambi con una Trilly e un Capitan Uncino, magari travestito da generale. Entrambi certamente appartenenti a un paese – o a un’isola – che non c’è o non c’è più.

I MOSTRI. Nel 1917 la guerra si prese tutta la classe del 1899 e, dopo la disfatta di Caporetto, toccò ai “bambocci” del 1900, preludio ai dodicenni della Hitlerjugend chiamati da Adolf Hitler nel 1945 a difendere Berlino. Oggi sono più di trecentomila i baby soldato, come i sozaboy, bambini africani combattenti nelle guerre civili, raccontati da Ken Saro-Wiwa, che, armati di kalashnikov, Ak47 o di fucili d’assalto americani M16, leggeri da caricare e maneggiare come armi giocattolo, hanno negli occhi la stessa malinconia che probabilmente aveva il soldato Peter Pan: la malinconia di chi ha visto “il mostro negli occhi”.

Scrisse una volta Barrie: “Dio ci ha donato la memoria, così possiamo avere le rose anche a dicembre”.

I FIORI. Non si sa chi sia stato per tanti anni a portare quei fiori che ogni mattina i custodi dell’ossario portavano via (niente fiori per rispettare l’eguaglianza di tutti i caduti). Forse un’ombra rimasta orfana? Forse una fatina muta? Forse dei bambini decisi a loro volta a non crescere più! Forse un vecchio pirata, che terminata la guerra aveva sostituito odio e vendetta con amore e rispetto per il suo nemico…?

16alminuto nasce anche dal cartone di Peter Pan e dal film che ne fece seguito per volere di Spielberg con il compianto Nano-Nano Robin Williams. Questa storia è un omaggio alla speranza che sta nel cambiamento; al desiderio di realizzare i propri sogni; alla vittoria di spiccare il proprio primo volo.

ARGENTO VIVO 

Ripesco dal disco fisso del mio portatile un articolo che scrissi nel 2002 appena finiti i Ca.S.T.A.. Preciso che ho alleggerito qualche forma sintattica, ma nulla di quanto scritto sotto è stato aggiunto o censurato. Ho pensato che potesse far piacere a molte persone leggere qualcosa del mio anno come Volontario Alpini nel 7° Reggimento allora a Feltre.

Come ho più volte ribadito l’esperienza con le Penne Nere è stata fatica, impegno, legami profondi, Alpinità, sperimentazione, soddisfazione…

Per chi riuscirà a leggere tutto fino alla fine, oltre a conoscere una delle più belle gare tecnico-alpinistiche esistenti, capirà di certo qualcosa in più su 16alminuto.

«Ai più la sigla Ca.S.T.A. non dice molto. Diversamente, per chi ne ha preso parte, i Campionati Sciistici delle Truppe Alpine evocano un trasalire di emozioni difficili da sopire. Queste annuali gare eleggono i campioni militari Italiani delle diverse discipline e categorie; sono occasione di incontro con altri Eserciti; sono il naturale teatro della ormai decennale ed agguerritissima gara di plotoni “Tenente Silvano Buffa”, la gara nella gara. Concentrandoci su quest’ultima, ma senza nulla togliere alle altre specialità, si sappia che ogni Reggimento presenta 14 atleti inquadrati in un Plotone, unità formata da 11-12 Alpini e graduati di Truppa preparati, coordinati e guidati da 2-3 Sottufficiali. I Plotoni, Equipaggiati con uno zaino di almeno 16kg, coprono in due giorni circa 50km di superficie nevosa, ora salendo con le pelli di foca, ora con la tecnica fondistica del pattinato (regolarità e cronometro), se necessario camminando. Lungo il percorso sostengono prove di lancio della bomba, di topografia e di tiro. Una gara tra pattuglie militari ALPINE sotto ogni aspetto, in grado di muoversi in qualunque condizione metereologica, sempre autonome, che a tutti i costi devono portare a termine i compiti loro affidati in quell’ambiente maestro che è la montagna.

Il 7° Rgt, grazie alle energie profuse nella preparazione atletica e tecnica, da diversi anni presenta buoni plotoni di VFA (Volontari in Ferma Annuale). Nulla a che vedere però paragonati alle altre squadre di VFB e VSP più esperte, che da quasi un lustro possono contare sui medesimi atleti, che dei Ca.S. T. A. conoscono bene ritmi, tempi ed imprevisti.

Partiti in 31 da Feltre, ben presto i duri allenamenti, le massacranti ascensioni con pelli di foca, gli estenuanti anelli di fondo, ci ridussero a 18. Nonostante il buon livello raggiunto sugli sci, le altalenanti prestazioni ottenute sulle prove tecniche ci davano non poche preoccupazioni. Pochi giorni prima della competizione, quando già la tensione pre-gara giocava la sua parte, un’epidemia di varicella ci privava di tre fra i migliori elementi (Tamanini, De Gregorio, Fontana). Oltre al loro apporto qualitativo, anche il morale veniva meno. Infine anche il Mar. Agricola era stoppato dall’influenza.

Con lo stato d’animo di chi è costretto a gareggiare al di sotto del proprio livello, sembrava che il decimo pettorale di partenza (su undici partecipanti) fosse presagio di cattivo auspicio. Il percorso non semplicissimo, due cadute nella gara di slalom non ci impedivano tuttavia di realizzare il miglior tempo ai 3,5km crono. Inoltre il massimo punteggio alla gara di topografia, magistralmente interpretata dai nostri comandanti di plotone, M. O. Schiavo e M. O. Moretti, unito a delle illuminate intuizioni tattiche, ci dava, al termine del primo giorno di gara, il secondo posto della classifica parziale.

Con gli sci ai piedi, quindi, era chiaro che potevamo tener testa ai migliori Reggimenti, verso i quali fino al giorno prima nutrivamo un certo timore reverenziale, in forza della loro maggior esperienza e più accorta preparazione nelle prove tecniche.

L’ascensione alpinistica del secondo giorno, di certo faticosa e non breve, non ci aveva impensierito troppo, anche se già iniziavamo a concentrarci per il lancio dell’oggetto. Trattasi di lanciare da una distanza di 20m un oggetto in ferro a imitazione delle bombe a miccia usate nella Grande Guerra. L’esaltante punteggio realizzato ci proiettava virtualmente sul podio, ma si sa, i punti si contano alla fine.

La prova sucessiva, i piattelli, per quanto capziosamente preparata, appariva da subito sotto la nostra media abituale. A parziale scusante ci potevamo consolare pensando al fatto che molti tra noi avevano imbracciato il fucile per la prima volta appena due mesi prima.

Un po’ sconsolati ma comunque determinatissimi, la crono 7km era l’ultima prova che ci separava dalla conclusione di una gara di Plotoni eccellentemente condotta da tutti gli atleti del Settimo.

Così fu. Un’attenta ridistribuzione del peso negli zaini, ci permetteva di realizzare il terzo tempo ed il podio del secondo posto, dietro solo al 3° Alpini di Pinerolo, reparto composto da VSP (Volontari in Servizio Permanete), cioè professionisti.

Il nostro raggiante Comandante di Reggimento, unito a molte Autorità colpite dal nostro movimento ordinato nel fondo e dalla nostra “freschezza”, ci attendevano al traguardo.

Traguardo che rappresentava quella linea che da settimane e settimane agognavamo, confine tra intensa fatica e indescrivibile soddisfazione.

Una fatica che, portando ognuno di noi prossimo al suo limite estremo, ha permesso di conoscerci meglio e quindi di farci crescere come persone, come uomini e come Alpini.

Una fatica che ci ha uniti in un gruppo di veri amici, trasformando il sale del sudore in “argento vivo”.

Una fatica, infine, che ci ha onorato di rivivere, anche se in una parziale imitazione, le gesta e i sacrifici di tutti quegli eroi Alpini che hanno immolato la loro vita in virtù di idee quali libertà, solidarietà e democrazia, che sono oggi fondamento del nostro vivere.

M. O. Mario Schiavo, M. O. Adolfo Moretti, C.le Manuel Noal, C.le Enrico Antonello, Alp. Claudio Adami, Alp. Paolo Babici, Alp. Christian Balzan, Alp. Luca Canal, Alp. Riccardo Galli, Alp. Alessandro Pompanin, Alp. Daniele Tiné, Alp. Enrico Tommasi, Alp. Giacomo Zagonel, Alp. Marco Zanini… e il generosissimo Alp. Guido Boito».

SPICCANDO IL VOLO… 

La scorsa settimana, dopo alcune telefonate, ho deciso di andare a “prendere un po’ di freschi” sul Monte Grappa, per fare due chiacchiere a quattr’occhi con Giulio Binaghi, pilota di parapendio in tandem da oltre due decenni.

http://www.vieniavolare.it

Visto che nel progetto di 16alminuto il volo costituirà un passaggio sia estetico che logistico, devo ammettere che finora avevo un po’ trascurato questo aspetto tutt’altro che marginale.

Infatti, se da una parte la cura del dettaglio è un aspetto che fa davvero la differenza tra le cose fatte male e una cosa fatta bene, dall’altro l’esperienza mi ha insegnato che non curare TUTTI gli aspetti di un piano porta al fallimento dello stesso.

Infatti una chiacchierata con Giulio tra le nuvole basse presenti a 850m ha sviscerato molte più variabili rispetto a quelle attese.

In sintesi, il decollo da Cima Grappa, in inverno, sulla neve, risulta essere inopportuno con il mezzo (il “carrello”) di cui Giulio mi aveva accennato al telefono. Non secondario, poi, l’aspetto riguardante il sito d’atterraggio. Per un attimo il volo in tandem di 16AM sembrava svanire. Troppe le variabili, infiniti i problemi da risolvere, insostenibili i costi.

Tuttavia, facendo ampio uso del PENSIERO LATERALE (E. De Bono), siamo riusciti a creare molte altre opzioni: natante per decollare e atterrare da lago a lago; trek a motore; cambio di punto di decollo… Certo tutte idee con aspetti da definire e valutare, l’importante però è, come al solito, non arrendersi. “I vincitori sono sognatori che non si sono mai arresi”.

Sondo infine una disponibilità tra quanti seguono 16AM! Al fine di rendere “economico” il volo in parapendio a motore, potrebbe essere utile che qualcun altro utilizzare il vettore. Cioè io farei Cima Grappa-Fonzaso (circa 1h); altri potrebbero utilizzare il velivolo per un’altra tratta… Non sono cifre esagerate e Giulio accorda a 16lminuto un prezzo molto favorevole. Prego gli interessati di mandarmi una mail.

LA FORZA DEL SOGNO 

A volte rileggo i testi scritti per quest’avventura e, devo essere sincero, arrivo perfino a compiacermi, complici alcuni feedback sempre graditi. Io che su temi scritti a scuola, arrivavo con fatica alla “quasi sufficienza” , più spesso il 4 e sovente anche sotto.

È il caso de “La forza del sogno” dal sito di 16alminuto. Lo riprendo e lo posto per coloro i quali non avessero avuto occasione di leggerlo. Credo ben descriva la gran parte di quello che sta alla base di questa mia scelta di partire.

«Sono stato un bambino molto coccolato e molto seguito dai nonni, materni e paterni. Ancora oggi, quando penso a un luogo sicuro e protetto, sogno il lettone dei miei nonni.

Compiuti 17 anni ho iniziato a fare il cameriere per pagarmi le lezioni di chitarra, sognando di diventare un virtuoso delle sei corde.

A 19 anni, grazie agli scout, ho scoperto la mia vera vocazione: l’educazione. Continuo ancora oggi ad indossare l’uniforme scout, a volte da formatore, altre da esperto di scouting, ben responsabile di contribuire al sogno “di rendere il mondo un po’ migliore di come l’ho trovato”.

Prima di laurearmi ho trascorso un anno tra le Penne Nere del 7° Reggimento Alpini. Prima Bassano e poi Belluno come recluta, quindi Feltre, fino a Sarajevo. Infine Sappada e San Candido con il Plotone Alpieri, gareggiando nei C.A.S.T.A., i Campionati sciistici delle truppe Alpine.

Ho fondato una società agricola con zappa, trattore e culo alto, coinvolto nel sogno dell’agricoltura biologica, testimoniando che le risorse della Terra non ci appartengono, ma sono un prestito dai nostri figli…

A 30 anni ho sposato Giorgia: la mia vela, muscolo di questa nave che, con Alberto e Agnese, chiamo famiglia.

Sono perciò in tutto e per tutto una persona normale con emozioni, desideri, difetti e soprattutto sogni. Non sono un alpinista, piuttosto un appassionato di montagna. A 40 anni passati sono ormai complice accondiscendente al suo gioco e non resisto alla seduzione del suo fascino: verdeggiante e profumata d’estate; candida e frizzante d’inverno; granitica e implacabile tra le altre crode; maestra impareggiabile con le sue lunghe e pazienti salite; laconica e impietosa quando esige rispetto.40 anni sono una bella età per fare dei bilanci, prendere consapevolezza, far pace con alcuni rimpianti e pasticci del passato e pensare al futuro. Alcuni mesi fa ho avuto l’occasione di riflettere intensamente sui miei sogni. Sono stato invitato a declinarli in obiettivi e da questa riflessione, aiutato da un gruppo di sognatori a loro volta, ha preso forma 16alminuto.

16alminuto

•è il mio obiettivo che vuole manifestare gratitudine a tutti i miei nonni e a tutti ragazzi di quelle generazioni;

•è il mio obiettivo per portare un saluto emozionato a tutti quei ragazzi caduti tra le trincee alpine del Primo Conflitto, attraverso uno stile di viaggio che mi possa avvicinar loro;

•è il mio obiettivo di educatore scout che può celebrare una guerra solo sublimandola alla Pace;

•è il mio obiettivo di coach, 16-PASSI-AL-MINUTO, obiettivo specifico, misurabile, attuabile, realistico, temporizzabile, etico e molto, molto sfidante!

•È il mio obiettivo di papà, che si ostina a non tradire il ragazzo con l’uomo…

… perché se dovessi scegliere una sola cosa da lasciare ad Agnese e Alberto, lascerei loro la forza del sogno!».